Insalata


Giorni fa la cara sorella è passata a casa mia mentre ero al lavoro, poi ha pensato bene di inviarmi una foto accompagnata da poche, efficaci parole: questo è il tuo frigorifero. Ho cancellato quell'immagine compromettente, però girando sul web ne ho trovata una che è praticamente identica. L'unica differenza è data dalla foglia d'insalata, che nell'altra foto non c'era...

Riascolti: Once Upon A Time (1985)

Pubblicato verso la fine del 1985, Once Upon A Time fotografa i Simple Minds nel momento di massimo splendore commerciale. Non si sarebbe rivelato il loro miglior album, però riuscì nell'impresa di sdoganare la musica del decennio in corso al sottoscritto. Ripensandoci, per me quello fu un passaggio cruciale, perché a dispetto della mia giovane età i miei punti di riferimento continuavano ad essere le leggende del passato, anche se stavano ormai segnando il passo dal punto di vista creativo. Fino ad allora avevo sempre evitato con cura le "cose nuove", partendo dal presupposto, non necessariamente veritiero, che fossero insulse: a partire da quel momento fui libero di pensarla diversamente. A conti fatti, di Once Upon A Time mi affascinò la freschezza del suono rapportata alle cose che ascoltavo quotidianamente. Ricordo che passai mesi interi ad assimilarlo e a scoprire, grazie ad esso, i precedenti lavori del gruppo e quelli di tanti altri artisti di spicco degli anni '80.

Quando seppi dell'uscita di Live In The City Of Light (1987) lo acquistai immediatamente, a scatola chiusa, certo che lo avrei amato. Invece, il doppio album dal vivo si rivelò una cocente delusione, perché mi parve un poco pretenzioso. In sostanza, ebbi l'impressione che i Simple Minds si stessero sbrodolando addosso,  prendendosi troppo sul serio e mutuando dalle grandi band dell'epoca d'oro una certa tendenza alla grandeur. Vere o presunte che fossero le mie convinzioni, oggi riconosco di essere stato troppo duro,  dedicai al disco un paio di ascolti e non ci tornai mai più sopra.

Rock 'n' roll baby

A volte il rock 'n' roll è come un bicchiere di troppo. Un attimo prima sei lì a battere il piede e subito dopo ti frana addosso un'epoca alla quale senti di non appartenere più. Accade quando è il turno della canzone sbagliata al momento sbagliato, quella che ascolti fissando le dita che tormentano il boccale vuoto, dimenticando che intorno al piccolo tavolo sovraffollato si è in due. Vedi, mia cara, continuiamo ad essere mossi da quell'egoismo non acquisito nel tempo, che è insito in noi fin da quando pretendevamo il giocattolo che sembrava fissarci dalla vetrina. Lo sai, ci si aspetta qualcosa, una sorta di via libera per appagare la nostra smania di dare. In attesa dello start si sta male, ed è sciocco, perché male stiamo anche dopo le tempeste di suono. Con la stessa, schifosa intensità. E mentre la canzone si avvia alla sua pirotecnica conclusione, mi guardo intorno e vedo te. Anzi, non guardo più nulla e aspetto te. Come se il segnale, retaggio di un passato costellato di note distorte, non occorresse più. Come se la tua presenza fosse la giusta ricompensa per il mio sentimentalismo colorato di birra.

Rock 'n' Roll


Da ragazzino scoprii Elvis, poi arrivò Grease e pensai che la colonna sonora del mondo fosse effettivamente il rock 'n' roll.

Parole

E non disse nemmeno una parola lo regalammo a Liliana un Natale di alcuni decenni fa. Ci scrivemmo sopra anche una breve dedica:  A nostra madre, con affetto. In realtà mia sorella scrisse mia e io mi arrabbiai moltissimo, ricordandole che non era soltanto sua. Allora corresse, ma la dedica venne fuori decisamente pasticciata. A mamma non dispiacque e anzi ci ringraziò, rimproverandoci bonariamente per aver speso i soldi che eravamo riusciti a risparmiare. Non credo lo abbia mai letto. Suppongo che la storia di un matrimonio che non regge ai difficili anni del dopoguerra non la entusiasmasse particolarmente. Il libro sarebbe rimasto a prendere polvere, traslocando di scaffale in scaffale fino a quando non ci tornai sopra io, che crescendo mi ero appassionato alle vicende della Seconda Guerra Mondiale. Un bellissimo romanzo, che contrariamente a quanto ci si sarebbe potuti aspettare offre ai due coniugi una nuova possibilità, ma questo mamma non lo seppe mai.

Quando lei se ne andò, un giorno di settembre di quattro anni fa, non disse nemmeno una parola. Il tempo delle chiacchiere era finito da un pezzo ma anche volendo non avrebbe potuto parlare, perché quel giorno le costava fatica anche solo respirare. Mentre iniziava il conto alla rovescia, me ne uscii con una frase che riecheggiò in quella stanza d'ospedale satura di tristezza e abbandono, e che parve ridicola perfino a me che l'avevo pronunciata. Non appena ti sei sistemata, fammi sapere che va tutto bene. Poi tornai a casa, perché la mia cagnolina era rimasta sola fin dalle prime ore del mattino. La trovai su una sedia, avvolta nella sua coperta preferita. Non aveva mangiato nulla e neppure bevuto, perché l'acqua continuava a lambire i bordi della ciotola. Vedendomi fu meno espansiva del solito, sembrava sapesse. La accarezzai dolcemente, sussurrandole all'orecchio mamma non c'è più. In quel preciso istante, il piccolo televisore in cucina si accese. Il telecomando era sul tavolo, nessuno lo aveva sfiorato. Magari si. In quegli istanti dilatati dal dolore non pensai a un miracolo, alla vita ultraterrena, a Dio e al Regno dei Cieli. Mi limitai a ringraziare mia madre, perché si era ricordata di farmi sapere.

Diversa percezione del tempo


Un tedesco si avvicinò a mia madre. Come ti chiami bambina?
Liliana rispose lei, timorosa.
Liliana? Che bel nome.
Il nazista si tolse una collanina rossa dal collo e sorrise. Tieni, questa è per te.
Lei ringraziò timidamente, fece un piccolo inchino e scappò, temendo che i soldati volessero portarla via.

Liliana mi raccontò questo episodio antico quando ero bambino. Dopo averla ascoltata non riuscii a mascherare la mia preoccupazione. Allora sei vecchissima, mamma!
Mia madre, che aveva poco più di trent'anni, mi rispose che forse era la guerra ad essere ancora troppo vicina.